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Libri di chimica tra divulgazione e letteratura

Eccoci di nuovo qua a parlare degli infiniti e, a volte, strani rapporti tra l’arte e la salute. Nell’ultimo post di saluti sul nostro vecchio spazio vi avevo anticipato che sarebbe stato uno stop solo momentaneo, facendovi il paragone col tempo necessario a un trasloco in una nuova casa, ancora da sistemare e rendere accogliente. Adesso che finalmente posso dire di essere riuscita a mantenere la promessa, non resta che iniziare. Già, ma da dove?! Rompere il ghiaccio non è facile. Ma se mi permettete di continuare sulla metafora del trasloco potremmo riprendere il nostro discorso dai nostri amati libri.

La cosa bella del trasloco è che permette di fare un po’ di pulizia intorno a sé, eliminando cose che stavano salde al loro posto per abitudine o per pigrizia ma che non servono più, per far spazio a cose nuove che invece potrebbero essere più utili. Lo si vede soprattutto coi libri. Quando si cambia casa si è anche un po’ costretti a fare un inventario di quelli da tenere e di quelli che invece dobbiamo regalare. Per me è sempre la cosa più difficile. Non prendo mai libri “a caso”, perciò quelli che ho mi devono seguire. Credo quindi che potremmo partire tirando fuori un po’ per volta i libri che andranno a comporre la nuova libreria di “Arte e salute”.

Piccola libreria per aspiranti chimici

Tempo fa inaugurammo la nostra serie di contributi per il Carnevale della Chimica intitolato con l’ABC, cominciando a costruire le fondamenta del nostro sapere chimico proprio da quei mattoncini immortali che sono i libri. Era la prima edizione del Carnevale e il blog ospitante era Chimicare. Vista la singolare coincidenza mi sembra giusto ripartire da quegli stessi libri che sono un po’ il punto di partenza per chi voglia avvicinarsi alla chimica dovendo scrollarsi di dosso l’idea di materia ostica o noiosa. Ovviamente non si tratta di libri qualsiasi o troppo specialistici, adatti giusto a chi la chimica la conosce già bene. Ma di libri adatti a chi non ne sa nulla e vorrebbe invece saperne o a chi spera gli si accenda la scintilla della passione. Per raggiungere un simile scopo ci vogliono ovviamente bravi divulgatori. Partiamo dunque da quelli che si sono distinti proprio per l’interesse mostrato verso questo campo del sapere scientifico e la capacità di presentare la chimica sotto una luce nuova, più affascinante, ma in modo chiaro e senza rinunciare alla necessaria correttezza scientifica.

Per la Di Renzo Editore Come pensa un chimico? del vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 1981, Roald Hoffmann. E’ un libro pubblicato nel 2009, piccolo piccolo, ma molto efficace nel presentare la sua originale idea di chimica. In rete ho trovato anche commenti negativi di lettori che contestavano l’eccessiva concentrazione sul pensiero del chimico Hoffmann. Ma d’altra parte l’Autore l’aveva specificato sin nella sinossi: “Sono interessato in primo luogo al modo di pensare del chimico in generale, e non solo a quello dei miei colleghi teorici e vecchi sperimentalisti, perché spesso essi hanno adottato un particolare modo di pensare che per loro funziona perfettamente”, scrive infatti Hoffmann, una vita dedicata non solo alla scienza, ma anche allo studio dell’arte e della letteratura, e che da lungo tempo sta tentando di modificare, con i suoi scritti, l’idea che in genere si ha della chimica, fornendole un’accezione più in sintonia con le nuove esigenze culturali. È vero che precisa di rivolgersi, invece, ad una fascia ben precisa di lettori che per lui sono: “studenti, laureati e giovani assistenti, persone dalle menti aperte, pronte ad adottare nuove modalità di pensiero” e quindi avrebbe dovuto magari specificare “le mie”. D’altra parte il libro è suo e sue sono le “modalità di pensiero”, originate dall’originale esperienza di chimico votato alla scienza ma senza dimenticare la passione per la letteratura e l’arte, quindi se vogliamo non si tratta esattamente di promesse disattese.
Roald Hoffmann, nato a in Polonia nel1937, è chimico teorico presso la Cornell University statunitense. Miracolosamente sfuggito all’Olocausto per via delle sue origini ebraiche, negli States ha studiato alla Columbia University e ad Harvard, dove sotto la direzione di un altro Premio Nobel, William N. Lipscomb, ha sviluppato ed ampliato il cosiddetto Metodo di Hückel esteso. Hoffmann ama definire il proprio campo di ricerca come “chimica teorica applicata”, termine con il quale caratterizza la particolare miscela di calcoli stimolati dalla sperimentazione e dalla costruzione di modelli generalizzati, di strutture per la migliore comprensione dei fenomeni, ovvero i suoi contributi alla chimica. Autore di oltre 500 articoli scientifici, ha insegnato alla comunità scientifica nuove modalità di comprensione della geometria e della reattività delle molecole. Tra i suoi principali interessi, le sostanze organiche ed inorganiche, per le quali ha sviluppato strumenti e metodi computazionali. Ha inoltre enunciato delle regole per spiegare i meccanismi di reazione (regole di Woodward-Hoffmann) ed ha introdotto l’analogia isolobale.
Un altro grande pregio di Hoffmann, è però appunto quello di aver contribuito con la sua attività di scrittore a diffondere un’immagine più positiva e affascinante della chimica tra i non addetti ai lavori. Appassionato di poesia, ha pubblicato numerose raccolte insieme a testi divulgativi per spiegare la chimica al grande pubblico, in particolare ai giovani. Ha inoltre scritto alcune pièce teatrali che affrontano i grandi dilemmi della scienza. Oltre al Nobel, ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è finora l’unico chimico ad aver ricevuto tre premi dell’American Chemical Society in tre diverse branche della chimica. Una curiosità: il suo nome è stato scelto in onore dell’esploratore norvegese Roald Amundsen.

Non è un chimico specialista, ma sicuramente è un grande divulgatore scientifico nonché Autore di libri che si leggono come romanzi, Oliver Sacks. Anche lui si è però cimentato con la chimica raccontando la sua personalissima esperienza di formazione nel suo Zio Tungsteno. Ricordi di un’infanzia chimica (Adelphi, 2006) Con questo libro, il suo più personale sino a oggi, Oliver Sacks apre le porte della grande casa edoardiana di Londra in cui viveva un ragazzino timido e introverso con la passione per la chimica: di fronte al multiforme e al caotico, all’incomprensibile e al crudele, la purezza del metallo ha per il piccolo Oliver un valore simbolico, quasi la materializzazione di “idee chiare e distinte” e di un ordine stabile. Il tramite naturale verso questo mondo fantastico è Dave, zio Tungsteno, quello che fabbricava le lampadine. Guidati dai filamenti di luce, seguiamo l’evoluzione di quel ragazzino curioso e appassionato: e sarà come ricapitolare alcune tappe essenziali nella storia della scienza.

A proposito di grandi divulgatori votati, invece, alla chimica, non si può non parlare di Joe Schwarcz, il cui ultimo lavoro è Il genio della bottiglia. La chimica del quotidiano e i suoi segreti (Longanesi, 2010). Un saggio brillante e divertente, in cui l’autore mescola abilmente aneddoti bizzarri sull’applicazione della chimica alla vita di tutti i giorni, per arrivare a una spiegazione chiara delle leggi che governano questa scienza spesso considerata ostica. Gli inchiostri segreti delle spie, il mistero dei gamberetti esplosivi, l’influenza dell’acetone sul corso della storia, gli amori segreti di paludati scienziati del passato, il rapporto segreto tra il colore del gelato e gli insetti… sono solo alcuni dei segreti svelati in queste pagine. I meriti dell’autore sono una naturale facilità a raccontare in modo divertente, una precisa conoscenza della materia, una cultura storica minuziosa, la capacità di prendere un argomento di chimica qualsiasi e trasformalo in un’occasione per una sontuosa lezione di vita e cultura. E a tessere le lodi di questo autore di cui vi invito a guardare anche il resto della bibliografia, è stato tra gli altri anche Roald Hoffmann, secondo cui «la magia di Joe Schwarcz sta nel convincerci che la chimica è divertente e utile». Dopo Radar, hula hoop e maialini giocherelloni e Come si sbriciola un biscotto?, il professore della McGill University di Montreal ci regala con questo piccolo lavoro per aspiranti chimici un nuovo saggio che spalanca a tutti le porte di un mondo ritenuto complesso e difficilmentecomprensibile. Con la sua abilità di divulgatore, ricorrendo a simpatici aneddoti e utilizzando un linguaggio chiaro anche per i lettori non esperti della materia, Schwarcz ci svela i segreti della chimica senza limitarsi all’ambito teorico ma calando le sue spiegazioni nella concretezza della realtà quotidiana: dalla vita domestica alla salute personale, dalle abitudini alimentari alle false credenze e i pregiudizi che influenzano le nostre scelte di ogni giorno. Funzionano davvero i depuratori casalinghi dell’acqua? Quali sono le influenze delle emozioni nella complessa chimica del nostro organismo? Possono davvero essere determinanti per raggiungere la guarigione anche nel caso di malattie definite incurabili? La validità dei rimedi erboristici può essere scientificamente riconosciuta?
“Percorrendo queste trecento pagine – si legge nell’accorata recensione di IBS – rimarrete stupiti scoprendo le sorprendenti proprietà di sostanze insospettabili come l’argento, il cioccolato, la margarina, la salsa piccante, la liquirizia. E apprenderete come siano spesso infondati i timori ampiamente diffusi sui componenti chimici normalmente presenti in prodotti di uso quotidiano. Alla luce di rigorose e dettagliate spiegazioni potrete rivalutare dicerie e luoghi comuni, come quelli, ed è solo uno dei tanti esempi, che circolano a proposito dei detersivi sintetici, contenuti in prodotti per l’igiene e la pulizia, dagli shampoo ai detersivi per piatti.
Grazie alla grande padronanza della materia, l’autore ci conduce anche tra i meandri della storia, per seguire il percorso delle scoperte della chimica e le loro influenze, non solo in ambito scientifico, ma anche sociale ed economico. In questo excursus attraverso i secoli i ritratti di importanti personalità come il famoso Lavoiser, il padre della chimica moderna, “l’uomo che perse la testa due volte”, si contendono la scena con personalità ben poco ortodosse. Uno di questi è l’inquietante “dottor Katterfeltro e i suoi insetti nocivi”, un sedicente ciarlatano che, durante il suo spettacolo nella Londra del Settecento, permetteva al pubblico di visionare batteri e microrganismi attraverso un rudimentale microscopio, spacciandoli per i responsabili dell’ultima grande epidemia influenzale. A metà tra i maghi e gli scienziati, anche figure come questa, dalla vita rocambolesca e poco conosciuta, rivivono con tutto il loro carico di fascino ed ambiguità in una narrazione che concilia sapientemente attendibilità scientifica e piacevolezza di lettura.”

Se vi siete mai chiesti cos’è la “polvere di simpatia”, o come facciamo a sapere che al giovane faraone Tutankhamon piaceva il vino rosso, o ancora se una dose di cioccolato al giorno faccia bene alla nostra salute il libro di Schwarcz che fa per voi è il recente Benzina per la mente. Tutta la chimica intorno a noi (Dedalo, 2010) In esso l’Autore fornisce tutte le risposte che cercavate, raccontandoci curiosi aneddoti, offrendoci preziosi consigli pratici e mostrandoci quanto sia straordinario il ruolo della chimica nella vita di tutti i giorni, presente e passata. Qualcuno ha detto che la curiosità sta alla scienza come la scintilla alla fiamma: se siete in cerca di nutrimento scientifico per il vostro cervello, questo libro fa al caso vostro.

Chimica e letteratura

Dalla divulgazione, per così dire, tradizionale alla divulgazione più letteraria. Alberto Cavaliere, ex studente di chimica frustrato ha provato a mettere in versi i suoi “lamenti”. E poi, visto l’effetto illuminante e quasi “terapeutico”, li ha dati alle stampe per accendere barlumi di speranza in altri poveri colleghi alle prese coi primi rudimenti di atomi e reazioni molecolari. Il suo capolavoro H2O Chimica in versi  è stato pubblicato in una nuova edizione per Mursia nel 2010. Il perché del titolo lo spiega, in versi, lui stesso: “H2O famosa formula della sostanza che al mondo trovasi più in abbondanza ossia Chimica in versi in rime distillate per chi a scuola fra atomi ed elementi studiò la chimica con pianti e lamenti”. Da quando Alberto Cavaliere, giovane studente, scrisse questo libro come reazione a una solenne bocciatura all’esame, imparare i fondamenti completi della chimica organica e inorganica, dall’idrogeno ad acidi e basi, è diventato facile e divertente anche per gli studenti più ostinati. Questo libro, che al suo apparire conquistò subito il pubblico, è un classico della letteratura, per studenti ma anche per lettori curiosi che non devono sostenere esami e concorsi: è insieme una lettura fresca e arguta e un prontuario mnemonico completo e impeccabile dal punto di vista scientifico.

Rimaniamo in ambito letterario con Il pellicano e la clessidra. Scritti di chimica letteraria di Maria Ciro (Edizioni dell’Orso,  2002). In questo avvincente libro si sfiora l’alchimia che “nella mente – scrive Gian Paolo Caprettini nella prefazione – mi appare come un’immensa allegoria, un grande progetto figurato, un linguaggio per iniziati ma soprattutto un algoritmo che trasfigura ciò che risulta in ciò che esso nasconde. L’alchimia è un’avventura, una sfida; l’alchimista, a sua volta, da Biancaneve a Casanova, si presenta quasi come un pifferaio che libera la città dai topi, ossia la mente dai pregiudizi…”

L’intreccio tra Scienza e Letteratura non si ferma però qui. D’altra parte  la trasformazione della materia e i fenomeni chimici in generale hanno sempre avuto un fascino straordinario, sull’animo umano. Mircea Eliade, ne Il mito dell’alchimia (Avanzini e Torraca Editori) scriveva che “Lo scenario drammatico delle “sofferenze”, della “morte” e della “resurrezione” della Materia è attestato dall’inizio della letteratura alchimistica greco-egiziana. La trasmutazione, l’opus magnum che porta alla Pietra Filosofale, si ottiene facendo passare la materia attraverso quattro fasi, chiamate, dai colori che assumono gli ingredienti, nigredo (nero), albedo (bianco), citrinitas (giallo), e rubedo (rosso). L’alchimista tratta la materia come Dio è trattato nei Misteri: le sostanze minerali “soffrono”, “muoiono”, “rinascono” a un modo diverso di essere, ossia sono trasmutate.
Ci sono sorprendenti analogie con le visioni iniziatiche degli sciamani e, in generale, con lo schema fondamentale di tutte le iniziazioni arcaiche. Sappiamo che ogni iniziazione comporta una serie di prove rituali che simboleggiano la morte e la resurrezione del neofita.
Gli alchimisti hanno proiettato sulla Materia la funzione iniziatica della sofferenza.
Grazie alle operazioni alchimistiche, paragonate alle “torture”, alla “morte” e alla “resurrezione” la sostanza viene trasmutata, ottiene cioè un modo di essere trascendentale: diviene Oro. L’oro è il simbolo dell’immortalità. La trasmutazione alchimistica equivaleva dunque alla perfezione della materia; in termini cristiani, alla sua redenzione.
I minerali e i metalli erano considerati come organismi viventi: si parlava della loro gestazione, della loro crescita e della loro nascita; si parlava anche del loro matrimonio. Gli alchimisti hanno adottato e rivalutato tutte queste credenze arcaiche. La combinazione alchemica dello zolfo e del mercurio è quasi sempre espressa in termini di “matrimonio”. Ma questo sposalizio è anche una unione mistica fra due principi cosmologici. Qui è la novità della prospettiva alchimistica: la Vita della Materia acquista una dimensione “spirituale”; in altre parole: assumendo la significazione iniziatica del dramma e della sofferenza, la Materia assume così il destino dello Spirito.”
Materia che “soffre, “muore” e “risorge”. Il potere simbolico delle trasformazioni chimiche e la loro conoscenza e pratica diventano simbolo, metafora, della conoscenza delle trasformazioni del mondo interiore, del mondo della psiche. Non stupisce quindi che dei legami stretti tra simboli alchemici e processi psichici si sia occupato a lungo anche uno psicanalista come Carl G. Jung. In “Opere – 12. Psicologia e Alchimia”, (Bollati Boringhieri) egli scrive: “L’opera alchimistica non consiste per la maggior parte in meri esperimenti chimici, ma anche in qualcosa di simile a dei processi psichici espressi in linguaggio pseudochimico. Gli antichi sapevano, entro certi limiti, cos’erano i processi chimici; dovevano quindi anche sapere che ciò di cui si occupavano non era, diciamo, la chimica ordinaria. Se l’alchimista, e lo confessa lui stesso, usa il processo chimico soltanto simbolicamente, perché lavora con crogioli e alambicchi? E se, come asserisce continuamente, descrive processi chimici, perché li deforma per mezzo di una simbolizzazione mitologica, fino a renderli irriconoscibili?
All’alchimista era ignota la vera natura della materia. Egli la conosceva soltanto per allusioni. Tentando di indagarla, egli proiettava sull’oscurità della materia, per illuminarla, l’inconscio. Per spiegare il mistero della materia, proiettava un altro mistero, e precisamente il proprio retroscena psichico sconosciuto, su ciò che doveva essere spiegato.”
I simboli alchemici sono, insomma, affascinanti e tra di essi è soprattutto la Fenice, l’uccello mitico che risorge dalle proprie ceneri, quello che più di tutti ha saputo toccare le corde di artisti e letterati. La Fenice è il simbolo insieme della rinascita spirituale e del compimento della Trasmutazione Alchemica ed è anche il nome della pietra filosofale. Di lei si trova un primo tentativo narrativo in un manoscritto sassone di anonimo datato VII secolo.
Col tempo l’alchimia ha acquistato un sempre maggiore rigore scientifico, perdendo in parte quell’alone di magia e mistero che poteva investire di potere pochi eletti. Ma per alcuni scienziati moderni il fascino delle trasformazioni della materia è rimasto quello dei primi alchimisti. Ed è ancora la letteratura a darcene conto. Oliver Sacks, ad esempio, nel già citato “Zio Tungsteno” descrive la nascita della sua passione infantile per la Chimica. Un romanzo di formazione o, se vogliamo di iniziazione, anche se poi il destino lo ha portato a prendere strade diverse. Tuttavia, fanno notare nel sito Chimica non magia curato dall’università di Padova “l’interazione più completa tra scienza e letteratura si ha in quei casi nei quali si percepisce come la frequentazione della scienza permetta di integrare i piani discorsivi attraverso cui riconoscere, sondare e esprimere la realtà”.

E questo è senza dubbio quanto si percepisce nell’opera di Primo Levi, e in particolare nel suo libro più “chimico”, Il Sistema Periodico (Einaudi). Ma di questo libro in particolare parleremo più approfonditamente in tanti altri post.

4 risposte a Libri di chimica tra divulgazione e letteratura

  • roberto grazioli asti scrive:

    la combinazione dello Zolfo col Mercurio, trascorsi tre secoli, quando la tabella degli elementi nè contava appena una cinquantina offrì la possibilità di catturare un’immagine fotografica ! Roberto Grazioli Asti

  • roberto grazioli asti scrive:

    togliamo l’aria, fu così che l’idea di una lampada elettrica avrebbe potuto funzionare per mezzo di un filamento incandescente (legge dell’urto di Galileo Galilei) balzò in testa ad uno scienziato giapponese nel primo decennio del XIX secolo, troppo ardua la cosa, si fermò al problema principe, tutti i filamenti a quella temperatura si dissolvevano. Dopo molti anni Thomas Edison li riprenderà con successo, dopo varie prove riscontrò che per far funzionare il filamento incandescente percorso dalla corrente elettrica doveva essere carbonizzato a 4000° solo così riuscì a realizzare l’idea geniale della lampada elettrica; bisogna dire che il filamento di Thomas non era di metallo tungsteno. Roberto Grazioli Asti

  • roberto grazioli asti scrive:

    L’alchimimia nell’arte di Leonardo da Vinci: Analogia di sistemi fra alchimia e chimica: sul finire del XIV secolo una tavola di legno rivestita da una lastra di piombo che, serviva ad un bovaro dei Paesi Bassi per coprire l’orifizio del suo cesso privato, il caso fortuito volle chè la concentrazione satura di scorie organiche predigerite in un pozzo nero di raccolta, determinasse la COMBUSTIONE dei Gas ammoniacali liberati dal processo biologico dei batteri, quel gas favorì il principio induttivo della massa metallica che reagì producendo una patina bianca, triturata sino a diventare una polvere bianca pesante come il piombo, mescolata con olio di lino cotto, servì a quel contadino per essere utilizzata al meglio come una pittura per le porte della stalla, gli daranno il nome BIACCA. Per oltre un secolo sarà l’inviolabile segreto dei Fiamminghi, non tanto per il metodo della pittura a olio, già conosciuta dagli antichi Romani, ma per questa secrezione metallica che sostituiva tutti i bianchi di cava. Cento anni prima della scoperta delle Americhe, un principio elettrochimico annunciava che i minerali apparentemente inerti sottoposti a particolari sollecitazioni si liberava energia all’interno del nucleo dell’Atomo, oggi sappiamo che l’attività delle Basi Acide agisce sul metallo con un effetto fotoconduttore capace di liberare il suo colore spurgandolo dal suo Gas, lo stesso che miliardi di anni cosmici partecipò alla scissione delle particelle della nube che generò il principio di affermazione di una massa nello spazio. Il nostro pianeta Terra è un alambicco che funziona come un variatore di frequenze elettromagnetiche, non distrugge niente anzi crea, l’inquinamento è determinato dalla produzione eccessiva di sorgenti elettromagnetiche di natura elettrochimiche capaci di autoricaricarsi con la molecola dell’acqua, primo veicolo chimico induttivo. Roberto Grazioli Asti

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