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Fiumana: storia di un capolavoro e della sua donazione

Fiumana-Volpedo-AbbondioA chi appartengono le opere d’arte? Sono di chi le fa o di chi le acquista? Appartengono a chi si occupa di conservarle oppure a chi le ha ereditate dagli Autori o dagli acquirenti?

Sono interrogativi che ci si pone,  in particolare, davanti a un capolavoro di inestimabile valore. In questo caso ci si deve chiedere, infatti, se non sia più corretto un approccio simile a quello dell’UNESCO che riconoscendo il valore per l’umanità intera di un sito o di un bene materiale o immateriale, ne ridimensione di fatto la proprietà dei singoli Paesi in cui si trovano a qualcosa di più simile a una “custodia a nome di tutti”.Il problema è relativo quando il capolavoro in questione viene considerato proprietà di una Nazione, la quale  ha più interesse a esporlo che non a tenerselo nascosto, non foss’altro che per il prestigio e per il guadagno che può derivarne. Ma che fare quando un capolavoro viene acquistato da un privato? L’impressione è che in questi casi ci si appelli al buon cuore del compratore. Non sempre però chi ha acquistato un quadro di notevole valore ha voglia o interesse a lasciare che il mondo goda della sua bellezza. Per fortuna per noi e per l’arte ogni tanto i soldi finiscono nelle tasche di chi sa farne buon uso.

La “Fiumana”

E’ il caso ad esempio di Angelo Abbondio, il misterioso compratore di un’opera a cui molti dettero la caccia intorno agli anni ’70, e che lui decise invece di donare affinché potessero goderne tutti.

L’opera in questione è la “Fiumana” di Giuseppe Pellizza da Volpedo (clicca qui per saperne di più). Non è famosa come “Il quarto stato”, il capolavoro dei capolavori di questo Autore. Ma è importante perché può essere considerata come la più vicina tra le tante  propedeutiche a questo. Dipinta nel 1885-97,  la “Fiumana” rappresenta i lavoratori avanzano verso lo spettatore, compatti e solidali nel loro cammino di affermazione dei propri diritti, come nel dipinto finale. Inevitabile quindi che molti la volessero avere.

Ad aggiudicarsela fu però proprio lui, Angelo Abbondio, il quale dopo aver acquistato l’opera per una cifra astronomica si chiese che farne. Si era reso conto, infatti, che “non aveva comprato un semplice quadro, ma un’idea”. Tutti lo volevano. Da parte di Craxi vennero richieste dirette perché venisse donato al PSI. Lui prese la moglie e andò via una settimana a chiarirsi le idee sul da farsi: al ritorno chiese al resto della famiglia, se era d’accordo con la sua decisione di donarlo alla Pinacoteca di Brera, perché, parole sue, “non poteva essere un fatto privato, ma doveva essere a disposizione di tutti”.

Per l’umanità fu una vera fortuna che un dipinto di siffatto valore fosse finito nelle mani di un uomo tanto illuminato e generoso. Peccato che l’Italia sia spesso troppo ingrata con uomini di siffatto valore morale. E infatti il nome di Angelo Abbondio viene fuori ben difficilmente. Anche quando si racconta la storia dell’opera di cui è stata lo studio preparatorio, come è accaduto in novembre con l’espesione de “Il quarto Stato” al Museo del ‘900.

Oggi abbiamo provato a metterci una piccola, piccolissima, toppa.

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