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Arteterapia per gorilla e scimpanzé: italiana in Uganda per curare i traumi degli animali con pennelli e colori

Arteterapia-tra-i-gorilla«La pittura aiuta i primati a recuperare un rapporto con gli altri simili della propria specie, tornando così a una nuova vita in libertà, proprio come accade anche negli umani». Ne è convinta per averlo osservato personalmente Mariangela Ferrero, psicoterapeuta che per buona parte dell’anno cura il disagio umano a Pinerolo, vicino a Torino, ma appena può corre in Uganda, nel Centro di recupero «Ngamba Island Chimpanzee Sanctuary» per curare gorilla e scimpanzé traumatizzati (foto).

Il segno psichico della violenza

Già, ma traumatizzati da cosa?

Dalla crudeltà umana, ad esempio.

La vita non è facile se nasci gorilla nel cuore dell’Africa! Ne sapeva qualcosa Micheal, uno dei primi gorilla ospitati nel centro di recupero.
Micheal ora non c’è più: è morto qualche anno fa. Ma quando era ospite del centro capì, ad un certo punto, che col linguaggio dei segni insegnatogli dai ricercatori avrebbe potuto raccontare del suo rapimento. E di come, in particolare, uomini crudeli non si fecero scrupoli a uccidere sua madre tagliandole la testa davanti a lui, pur di prenderselo. Così andò dalla sua «terapeuta», la prese per il camice e cominciò a tirar fuori tutto il suo dolore. Né più né meno di come avrebbe fatto qualunque altro paziente umano che si esprime a gesti, avendo difficoltà con la parola.

Creare immagini per star bene

E come Micheal oggi ci sono ancora tante altre scimmie antropomorfe con un passato di traumi e violenze che vengono assistite e accompagnate verso una nuova vita in libertà nel centro. Qui, per alcuni mesi l’anno, lavora anche la dottoressa Ferrero. Ed è grazie a questa esperienza a contatto con gli animali traumatizzati che ha potuto sviluppare una forma di arte-terapia adattata a pazienti tanto particolari.

Il metodo si chiama “Picture making emotional enrichment (Pme)”, ovvero la produzione di immagini ricche di contenuti emozionali, che poi è l’essenza di ogni arte-terapia. La singolarità sta proprio nel tipo di pazienti. Per noi umani è già difficile concepire che un animale possa avere una vita emotiva tanto da poter rimanere persino traumatizzato se un’esperienza molto forte ne altera l’equilibrio. Figuriamoci se possiamo concepire che un animale, seppur scimmia antropomorfa, possa non solo disegnare ma addirittura tradurre il suo dolore in immagini e a elaborarlo attraverso questo “fare arte” per venirne a capo.
Eppure è proprio così!

Tutte le scimmie antropomorfe sono in grado di dipingere come noi umani e anche se non tutte sono «pittori», alcune capiscono che il materiale che si offre loro serve per dipingere. «Ne sono incuriosite, ma alcune danno addirittura un titolo al dipinto, quando finiscono il lavoro – spiega la psicoterapeuta –. E anche dopo anni lo ricordano senza cambiarne il significato».
Ed è proprio in questa capacità di attribuzione di significato all’immagine prodotta che sta il nucleo centrale del lavoro della dottoressa. In fondo sono noti molti animali diventati famosi per le loro “opere”: cavalli, elefanti e, ovviamente, primati. Quel che interessa però a Mariangela Ferrero è la possibilità di fare un uso strumentale di questa capacità artistica che presuppone appunto l’attribuzione di significato, non tanto in assoluto, ma per se stessi. Solo così si può compiere il passo successivo e pensare al disegno o alla pittura per il recupero emotivo, nei modi in cui li si usa negli esseri umani.

Un progetto ambizioso che però la dottoressa ha accettato di portare avanti per l’entusiasmo che prende sempre chi fa il proprio mestiere con gioia, ma anche per la speranza che possa davvero essere utile. «Il “Pme” ha dato risultati molto interessanti per la produzione pittorica, ma soprattutto per quanto riguarda il miglioramento del benessere psico-relazionale – spiega la dottoressa -. Nel mio secondo giorno di lavoro a Ngamba Island, Pasa, una scimpanzè adulta molto gentile e paziente, dopo aver osservato la prima sessione del “Pme” in compagnia di una sua ”collega”, ha deciso di fermarsi nella struttura in muratura per trascorrere la notte, rifiutandosi di tornare come sempre nella foresta. Si è opposta a ogni tentativo di farla uscire. Poi, quando il personale ha desistito, Pasa mi ha chiamato, facendomi capire che voleva dipingere».

E poi c’è il caso di Medina, un piccolo scimpanzè di cinque anni, dolce e timida, che era spesso ripiegata su di sé nella quotidianità del gruppo e in difficoltà a manifestare i propri bisogni, a chiedere attenzioni su di sé e a partecipare ai giochi delle coetanee. «Era anche sempre preoccupata e proteggeva il proprio cibo – aggiunge Ferrero -. Medina, però, ha un talento particolare, tanto da utilizzare tecniche complesse nella sperimentazione pittorica. Nel medesimo quadro usa infatti sia i pastelli a cera che le tempere. Inoltre piega e accartoccia il dipinto per ottenere un’opera tridimensionale. E alla fine – racconta Mariangela Ferrero – si sofferma ad osservare il risultato». È, indubbiamente, la migliore pittrice tra i partecipanti al “Pme”. Ma i risultati più interessanti e le maggiori soddisfazioni, Medina le dà sul versante terapeutico. «La pittura le ha permesso di superare i traumi dell’infanzia, e ora ha un rapporto migliore con tutti gli altri scimpanzé».

Aiuto a rischio

Il metodo, insomma, funziona. E ripaga di tanti  sacrifici. Come tutte le cose che funzionano e servono anche il progetto «Pme» rischia, però, di fermarsi: «Abbiamo bisogno di fondi per proseguire. Io lavoro gratis – aggiunge Ferrero -, ma servono strutture e materiali. La salute psichica degli animali è importante quanto quella fisica. Esattamente come accade per gli umani».

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